PAGANESEVIRUS...STORIE EPIDEMICHE

PAGANESEVIRUS...STORIE EPIDEMICHE: NENE' UNA STELLA (DIMENTICATA) CHE NON BRILLO'

Peppe Nocera
15.04.2020 19:04

Domenica scorsa, giorno di Pasqua, è stato festeggiato il 50° anniversario della vittoria dello scudetto del Cagliari nella stagione 1969-70. Era infatti il 12 aprile del 1970 quando il Cagliari si laureò Campione d'Italia per la prima ed unica volta nella sua storia. Un evento irripetibile per il calcio italiano. Era il Cagliari di Gigi Riva e di Nenè. All'anagrafe era Claudio Olinto de Carvalho, un attaccante che, prima di giungere in Italia, in Brasile aveva indossato la maglia del Santos, dal 1960 al '63, giocando in squadra con Pelè e vincendo 2 campionati brasiliani2 coppe Libertadores (la nostra Champions) e 2 Coppe Intercontinentali, oltre ai Giochi Panamericani con il Brasile nel '63. In Italia lo portò la Juventus nella stagione 1963-64: restò bianconero per un solo anno (28 presenze ed 11 reti), prima di passare al Cagliari dove rimase per più di un decenio. Dal 1964-65 al 1975-76 raggiunse la storia con il Tricolore del 1970 e collezionò 311 presenze e 23 reti, con il tecnico dei sardi Manlio Scopigno che nel frattempo l'aveva trasformato in un'ala fortissima. 

Una volta smessi i pantaloncini ed indossata la tuta di allenatore, nell'estate del 1982, non proprio un estate da ricordare per i brasiliani vista la cocente eliminazione ad opera dell'Italia al Mondiale di Spagna, fu chiamato dal presidente De Risi, da Cascone e dal direttore sportivo Gino Quaratino alla guida della Paganese in C1. Era la sua terza esperienza in panchina, dopo aver vinto tutto con la Fiorentina Primavera nella stagione 1979-80 (Campionato, Coppa Italia e Torneo di Viareggio) ed allenato in C2, piazzandosi all'ottavo posto con il Sant'Elena Quartu. In questa foto lo vediamo, nella sera della sua presentazione con la squadra, al Cinema Corso di Pagani, con gli azzurri reduci dal pareggio di Cremona in Coppa Italia con le formazioni di A e B ed accolti da grande entusiasmo. La sua avventura alla Paganese però durò 19 giornate. Nelle idee della società, alla ricerca di allenatori in rampa di lancio, era l'allenatore ideale per una squadra giovane, che avrebbe dovuto mantenere la categoria. Purtroppo, non andò così.

Il campionato 1982-83, dopo la vetrina di Coppa, prese il via il 19 settembre al Torre contro il Pescara, candidato alla B, e fu 1-1. Dopo la sconfitta a Taranto per 2-0, seguirono quattro pareggi: Nocerina, Benevento, Ternana e Siena. A fine gara con gli umbri, il 17 ottobre, il presidente De Risi si dimise e due giorni dopo venne assassinato nei pressi dello stadio. Con con quest'animo gli azzurri colsero il quarto pari consecutivo in terra toscana. Questo il ricordo di Nenè dopo la gara con i bianconeri: "Ci siamo meritati il pareggio. Sapevo che la squadra avrebbe reagito agonisticamente alla dolorosa perdita del nostro presidente". Arrivò in Coppa Italia di Serie C, nel derby con la Casertana ai calci di rigore, la prima vittoria di Nenè con la Paganese. La competizione tricolore fu fortunata per gli azzurrostellati quell'anno, tanto da arrivare in semifinale, poi persa col FanoNenè nel frattempo chiese rinforzi che stentarono ad arrivare, ma che il neo presidente Cascone assicurò. Giunse il 21 novembre la prima vittoria in campionato, contro la Reggina di Franco Scoglio, battuta per 2-1 e così commentata dal tecnico brasiliano: "I miei ragazzi meritano un plauso per la prova di coraggio e di cuore. Una vittoria che dedichiamo al nostro meraviglioso pubblico". Nenè sembrò aver sbloccato i suoi ragazzi, infilando altre tre risultati utili consecutivi, i pareggi con Livorno ed Ancona e la vittoria interna con il Rende. A Caserta la domenica successiva, però, arrivò una pesante sconfitta per 4-0, riequilibrata dalla terza vittoria stagione con il Barletta. La sconfitta di Casarano ed il pareggio interno con l'Empoli, terza forza del campionato, chiusero il girone d'andata con la Paganese terz'ultima (all'epoca erano in quattro a retrocedere) in coabitazione con Nocerina e Casarano, davanti solo a Livorno e Ternana.

Il capolinea dell'avventura di Nenè sulla panchina azzurra arrivò alla seconda giornata di ritorno. Il girone iniziò con la prevedibile sconfitta di Pescara (2-0), mentre il "canto del cigno" per l'ex campione del Cagliari si consumò il 6 febbraio del 1983 al Torre contro il Taranto. Nenè posizionò Frediani ed Onorini sulla mediana con Rappa e Grassi in attacco, ma dovette rinunciare, dopo 34', al portiere Giordano, per infortunio, sostituito da Della Porta. Al 40' una beffarda deviazione di Rappa su conclusione di Chimenti portò in vantaggio i rossoblù jonici. Nella ripresa Nenè tentò il tutto per tutto, inserendo un'altra punta - Bortot per Domenichini - ma il Taranto  raddoppiò su rigore trasformato ancora da Chimenti al 64'. Gli azzurri reagirono, accorciarono le distanze con un penalty di Onorini e sfiorarono il pari con Grassi ma fu miracoloso l'intervento di Rossi. In tarda serata, con la Paganese terz'ultima, dopo un summit societario, la dirigenza esonerò Nenè, sostituendolo con Tony Giammarinaro che non riuscì comunque ad evitare la retrocessione in C2. Così ricorda quel periodo Giambattista Rappa: "La scelta di Nenè si dimostrò infelice: era inadeguato, faceva le danze africane negli spogliatoi e così preparava le partite. Con lui ebbi un battibecco in ritiro e mi fece fuori; poi quando le cose cominciarono a peggiorare, ritornai in campo. Magra consolazione".

Nenè, terminata l'avventura a Pagani, nella stagione 1983-84 guidò nuovamente il Sant'Elena Quartu prima di tornare ad allenare squadre giovanili. Quella del Cagliari dal 1984 all'88 e poi quelle della Juventus sino al 1992, svezzando diversi campioni fra cui un certo Claudio Marchisio il quale, ricordandolo nel giorno della sua morte avvenuta il 3 settembre 2016, scrisse: "Ho avuto la fortuna di averti come allenatore, insegnandomi a calciare con tutte e due i piedi".

In questi giorni, commentando le vicende del calcio nostalgico con alcuni amici, in particolare con Alfonso Vuolo, abbiamo parlato proprio di Nenè e lui, a proposito del campione brasiliano, ha scritto queste considerazioni: "Mi interrogo, in particolare, sul fatto che non si sia mai riflettuto abbastanza sulla sua venuta a Pagani. Peppe mi correggerai, ma sono quasi certo che si tratti dell'uomo di sport con il miglior palmares che abbia fatto parte della storia del club. Non lo capimmo, non lo abbiamo capito ancora. Olinto de Carvalho, per di più, era brasiliano. Nato a Santos, aveva indossato la camiseta branca del maggior club cittadino. Spesso gli toccava passare la bola a Edson Arantes do Nascimento. "Nenè, Pelè e gogogogogogogogogogolllllllllllllll". I telecronisti brasiliani così glorificavano la marcatura: in Italia lo avremmo scoperto solo qualche decennio più avanti (proprio negli anni 80), grazie alle prime partite trasmesse dal campionato di oltreoceano. Questa è la dimensione dello sportivo con cui la storia del club ha avuto il fato di incrociare. La sfilza di risultati avversi con Nenè in panchina determinò un rapido congedo dalla Paganese. Se ricordo bene, il commiato fu emblematicamente annunciato da alcuni fanatici facendogli trovare una carrozzina con delle coperte all'ingresso della sua abitazione. Fu una macchia. 
E' la sorte che tocca ai signori. Del calcio e della vita. Claudio Olinto non era un brasileiro con la gioia di vivere: la samba, il Carnaval, le donne e giù di lì. Non coltivava l'eccitazione frenetica, travolgente, sborniante. No, non lo era. 
Nenè era un brasiliano, che stava al calcio come Toquinho alla musica. Un po' saudade, un po' leggerezza. La stessa con la quale, in un Roma-Cagliari, prese palla nella sua area di rigore e la portò lontano, lontanissimo, fin quasi sulla linea di fondo dell'altra metà campo: la servì a Rombo di Tuono, che, nell'occasione, si limitò a spingerla nella porta avversaria. Il nostro se ne andò a gioire da solo.
Claudio Olinto era un buono, mite. Forse per questo militò nella Juve un solo anno. Troppe le differenze con il Cabezòn (al secolo Enrique Omar Sivori), focoso, irruente e, come se non bastasse, nato dalle parti di Buenos Aries. Dobbiamo ricordarlo Nenè. Ha aperto uno spiraglio planetario alla nostra storia calcistica di provincia. Il suo modesto risultato sul campo non incide in nulla. Il calcio, si sa, è come la vita: non è una linea retta, ma uno scarabocchio. All'interno di questo, però, i cultori sanno scorgere il ghirigoro: quello è Nenè nella storia della Stella. Comunque sia andata".

Peppe Nocera
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